Per un’etica del reincanto
In questo nuovo libro l’autore non si chiede “che cosa è l’anima”, non si pone una domanda di carattere ontologico circa la natura di ciò che è, bensì “che cosa intendiamo, quando diciamo “anima”, una domanda di carattere semantico, che s’interroga sul significato che attribuiamo a questa parola. Ovviamente la risposta cambia a seconda della prospettiva da cui la formuliamo: antropologica, religiosa, psicologica, etico-politica, estetica, erotica, simbolica. Dobbiamo rieducarci – scrive Meschiari – a riconoscere un’anima all’essere umano, alla natura, alla Terra che ci ospita. Perché la negazione di un’anima induce alla mancanza di rispetto. E noi distruggiamo tutto ciò di cui non abbiamo rispetto.
Dobbiamo a Platone il merito di avere, se non creato, quantomeno elaborato a misura della cultura europea il simbolo più universale di tutti: l’anima individuale. Ma simbolo di cosa?
Nel Simposio, Aristofane racconta il famoso mito secondo cui Zeus, volendo punire gli uomini per la loro arroganza, li tagliò in due. Da allora ciascuna metà brama di ricongiungersi con l’altra da cui è stata divisa. Nel 1982 Carol Gilligan espresse la convinzione che la violenza che si riscontra nell’immaginario maschile sembra collegata a una lacerazione dei legami tra gli esseri umani, il segnale che c’è stata una frattura della connessione, il sintomo di un fallimento della relazione (In a different voice).
Ora, se alla brama e al perseguimento dell’interezza spetta il nome di amore, come voleva Platone, alla connessione o all’interezza riconquistata non dovremmo dare il nome di anima? Perché “fare anima” significa ricomporre i legami lacerati, ricongiungere le due metà dell’intero che sono state separate: non solo l’uomo e la donna, ma anche le due metà della mente umana, la maschile e la femminile, secondo l’interpretazione di Virginia Woolf. “Fare anima” significa dunque riparare la capacità di stare nella relazione, di porsi nei confronti dell’altro.
Non depone a favore di questa tesi il fatto che nell’etimologia del verbo comunicare sia racchiusa l’idea del mettere in comune, della condivisione e della reciprocità? E non è a quest’idea di comunione che ci riferiamo – se pur oscuramente – quando parliamo di anima?
Alberto Meschiari è un filosofo, già ricercatore di filosofia morale presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato una cinquantina di titoli, ultimi dei quali Itaca. La navigazione della vita (Commento a Kavafis) (2022), In un mondo senz’anima. La prospettiva di Heidegger (2025), e An ethics of re-enchantment (2026). Dal 2003 è autore dell’originale proposta di un’etica del reincanto per riprendersi la vita. Il suo lavoro si è ispirato a pensatori quali Søren Kierkegaard, Friedrich Nietzsche, Georg Simmel, Karl Jaspers e Martin Heidegger. È stato anche il maggiore studioso dell’opera scientifica di Giovanni Battista Amici (1786-1863), di cui ha curato l’Edizione Nazionale.



